Il Cam di Casoria brucia la sua collezione

Casoria

A Casoria il Cam brucia le opere d’arte contemporanea in segno di protesta di fronte al disinteresse e all’abbandono delle istituzioni. In prima fila in questa provocatoria iniziativa, il direttore dello spazio espositivo campano Antonio Manfredi. Direttore, cosa avete raggiunto fino a questo momento?«L’attenzione mediatica e la solidarietà di tantissima parte del mondo artistico e culturale internazionale non si è fatto attendere, tutti i maggiori organi di informazione internazionali ci seguono con attenzione, ancora nulla da parte delle istituzioni locali e nazionali. A questo punto, dopo un mese dall’inizio della protesta, devo riconoscere che la distruzione della collezione del museo Cam ha poca importanza per le istituzioni, mentre è riuscita a far nascere un movimento internazionale di grandi dimensioni che non mi aspettavo. In Italia, a parte alcuni gruppi di artisti romani e triestini, non c’è stata grande solidarietà, purtroppo 20 anni di politica pseudo culturale italiana, appiattita sulle Transavanguardie in tutte le salse e dove lo “star system! dell’arte ha relegato gran parte degli artisti italiani a semplice comparsa, molti non hanno più neppure la forza di reagire a questo incredibile decadimento culturale».

Qual è la reale situazione economica del Cam? E mi riferisco al bilancio annuale, ai proventi delle esposizioni e delle attività realizzate, dai finanziamenti, se mai ci sono, da parte di pubblici e privati.

«Molti media parlano della nostra battaglia come un mezzo di lotta contro i tagli alla cultura dopo la recessione, nel nostro manifesto c’è anche questo aspetto molto importante, ma in realtà il problema è ancora più grave in quanto come museo non abbiamo mai ricevuto nessun tipo di finanziamento pubblico comunale, provinciale o regionale. Questo museo è nato sette anni fa con un progetto congiunto tra l’amministrazione comunale di Casoria e la regione Campania. Io, come artista e curatore di origini casoriane, dovevo seguirlo e organizzare il museo, purtroppo dopo sei mesi l’amministrazione comunale di Casoria è stata sciolta per infiltrazioni camorristiche ed io mi sono trovato praticamente da solo. Se colpa c’è stata, è stata quella di aver voluto continuare in questo progetto convinto che un museo a Casoria, in una delle zone più degradate d’Italia, potesse dare un contributo alla rinascita culturale dell’hinterland napoletano. Negli ultimi sette anni siamo riusciti a sopravvivere grazie a tantissimo volontariato, a piccoli contributi di sponsor privati, alla grande attenzione che ci hanno riservato gli artisti internazionali con la donazione delle loro opere, attualmente più di mille. Le cose sono precipitate dopo la recente recessione che ha praticamente azzerato anche i contributi dei privati. Molti non hanno più potuto aiutare il museo perché vessati da una parte dalle tangenti e dall’altra dal pizzo che molti sono costretti a pagare».

Un gruppo di artisti internazionali sta appoggiando la sua iniziativa come risposta a un malessere non solo italiano, ma internazionale che vede l’arte, soprattutto contemporanea, diventare fanalino di coda dell’interesse culturale.

«Con l’azione “Cam art war” in realtà non abbiamo fatto altro che scoperchiare un pentolone in ebollizione. L’iniziativa è diventata la rivoluzione pacifica degli artisti che portano avanti la propria battaglia contro l’omologazione delle culture e contro le spaventose disuguaglianze sociali che ha creato il mercato globale. Viviamo un periodo di forti sommovimenti sociali e politici. Le proteste dei popoli, mai come in questo momento storico, sembrano una scia, unica portatrice di esasperazioni represse. La libertà propugnata non è solo quella dovuta ai popoli sotto dittatura ma anche agli strati sociali oppressi da un’instabilità finanziaria che ne condiziona la vita. Nuovi nemici si sono profilati all’orizzonte, banche, società finanziarie, “lobbie” economiche che governano e monopolizzano il mercato. Non è differente nel mondo dell’arte e della cultura. A detenere il potere sono le fondazioni bancarie, le megagallerie, i supercollezionisti. Le case d’asta controllano le biennali e le grandi fiere d’arte mentre i consigli d’amministrazione dei musei sono sempre più prodotto di accordi politici e strategici. Nulla può nascere dal basso, tutto è “merchandising”, !benefit”, “marketing”, intere generazioni di artisti sono semplici comparse senza futuro. Il problema non è solo italiano ma europeo e la nostra protesta è stata seguita da tantissimi gruppi di artisti in tutta Europa, dalla Germania al Galles, dalla Spagna alla Polonia, dalla Slovenia all’Ungheria, dall’Inghilterra all’Egitto, dall’Austria all’Ungheria. Nella prossima settimana sono previste azioni anche a Londra e Toledo e poi ancora a Istambul e Atene».

Quanto il ministro dei Beni e delle attività culturali, Lorenzo Ornaghi, è responsabile. Ritiene possibile per il futuro un dialogo costruttivo con l’attuale governo?

«Il Ministro Ornaghi non ha fatto altro che confermare la scellerata politica culturale del precedente governo. In tema di Beni culturali lo stato è latitante, impotente o colluso almeno come il precedente. La cultura e la ricerca scientifica sono considerati pesi insostenibili per l’economia in tempo di recessione in quanto bene che non crea profitto. Musei, biblioteche e teatri sperimentali hanno invece bisogno di capitali per operare. Il ministro sul nostro caso specifico ha dichiarato che non è di competenza del ministero e lo stesso ha fatto il presidente della regione Campania e il sindaco di Casoria. Il caso Cam è un caso politico e sociale e non strettamente burocratico.

In un modo o nell’altro la collezione esiste e il Cam è una realtà culturale internazionale, se non è competenza di nessun organo istituzionale, almeno che la distruzione delle sue opere serva per aprire un dibattito internazionale. Noi non molliamo».