Guardatevi intorno per la strada, sull’autobus, in treno, la continua preoccupazione di tutti è ascoltare i messaggi sul cellulare, leggere o rispondere a un sms. Poi ci si accorge di essere in una città sconosciuta, si nota un cane che passa, una folla di gente che corre, le foglie che volano… Allora si scatta una foto, così senza impegnarsi, tanto si può sempre farne un’altra. Sebbene nella dispersione di una ritualità sommaria, l’obliterazione dell’istante rimane un atto simbolico di conservazione; tanto vale dirlo subito, non è (più) così. Trasporsi di continuo a una realtà spazio-temporale altra da quella in cui si vive è una rassicurante forma di evasione che, se sottrae alla presa diretta, pure defrauda l’esperienza del vivere della sua concretezza. Le fotografie, una volta traccia del passato nel futuro, per paradosso sono oggi la prova (a se stessi) di essere presenti nel presente, noi lì in diretta, ad assistere all’esperienza del naufragio del momento che passa. Si fotografa casualmente e ossessivamente un po’ tutto ciò che si teme di perdere, ma la memoria di tutte le cose equivale a nessuna memoria. Chi possiede un telefono cellulare è potenzialmente un fotografo, esserlo per davvero trascende il semplice atto di cogliere l’aleatoria traccia del vivere nella consapevolezza di esprimerla in una forma più articolata di un’accumulazione di scatti.
Fare delle fotografie e il compulsivo cancellarle oggi attua lo sproposito di un’equazione in cui le immagini soppresse superano di molto quelle che restano. È come se nessuna occasione fosse da considerare ancora preziosa, degna di essere salvata. Le fotografie di famiglia, degli amici, del cane, del viaggio, delle vacanze, si accumulano nel cellulare per regredire via via, sino a divenire irrintracciabili in qualche periferia del portatile senza essere stampate e, di fatto, senza mai esistere. Parallelamente le notizie ci raggiungono ovunque nel divenire di un adesso continuo che altera la percezione del grado di priorità, il senso dell’informazione e il rapporto con il nostro tempo. Dà da pensare quanto la narrazione per immagini sia mutata: il reportage in origine traduce uno spaccato di accadimenti in una veduta prospettica a valle dei fatti. Negli ultimi vent’anni, la distanza temporale tra narrazione ed eventi si è via via assottigliata e se sino a qualche tempo fa stupiva l’iperrealismo dell’informazione in tempo reale, la crescente accelerazione anticipa oggi il ritmo della Storia, disperde e altera, forse irrimediabilmente, l’impronta del presente – nostro futuro passato. Nella spettacolarizzazione della comunicazione di massa il riferimento non è più l’immagine della realtà del mondo come esiste, non più quella del vero e della narrazione della Storia, ma la sua rappresentazione, la realtà dell’apparenza. Nella cacofonia del presente, in cui l’usura del guardare sta all’educazione a vedere come la pornografia in rete sta all’intarsio dell’arte d’amare, la traccia visiva dell’oggi, declinata tra accumulazione, trasformazione e scomparsa, impone un regime di economia nella produzione d’immagini nuove. Nel tempo in cui lo sguardo non è più rivolto al mondo esistente ma all’apparenza che assume la copia, è necessario sondare le declinazioni che essa induce e il linguaggio della fotografia non amatoriale esige un diverso livello di consapevolezza culturale. Fare delle fotografie, fossero anche ottime, è il minimo, oltre a non rappresentare più la testimonianza, non è più il fine ultimo della fotografia, ma solo un passaggio nel processo dell’espressione artistica.


