ll Maxxi, museo della arti del Ventunesimo secolo, nacque per essere il vanto di una nazione. La risposta italiana alla Tate, al Metropolitan, al Beaubourg. Sin dall’inizio tutto fu coerente con il nome: la mastodontica archistar Zaha Hadid, i discorsi di una decina di ministri e sottosegretari, i finanziamenti per la costruzione e quasi dieci anni per terminare i lavori. Ad appena due anni dall’inaugurazione ne è stato decretato il flop. Naturalmente Maxxi. Ne ridono sonoramente in tutti i paesi evoluti. La cacciata di Pio Baldi e soci si può leggere in tanti modi. Ma delle polemiche tra padroni e sotto, dei giochini politici, delle ripicche personali non importa ad alcuno. Al cittadino che paga le tasse duole assistere all’ennesimo scempio. Perché di questo si tratta. Il Maxxi è partito maluccio ed è finito peggio. Le difficoltà ci sono state ma non giustificano gli esiti miseri di una gestione apparsa da subito provinciale e pavida. Il commissario Recchia ha il dovere di rimettere i puntini sulle “i” del conto economico ma soprattutto ha l’obbligo di ridare una missione e una dignità al museo che per l’appunto rappresenta una nazione. Nel diritto l’obbligazione è un rapporto per il quale un soggetto, detto debitore, è tenuto a una prestazione suscettibile di valutazione economica a favore di un altro soggetto, detto creditore. La politica ancora una volta non ha adempiuto a una sua obbligazione. È ora di riparare il danno.


