Spazi

Oscura lucentezza

All’apertura della mostra Brightlight – Darklight nell’Accademia americana a Roma il curatore Ludovico Pratesi esordisce spiegando «La mostra nasce sull’idea della luce naturale, ho voluto invitare quattro artisti a lavorare e riflettere sul concetto di giorno e di notte». I primi due invitati del progetto, sono gli artisti Francesco Carone e a Camoni, scelti per dare, nella diversità che contraddistingue il loro lavoro, interpretazioni per nulla biuniovoche della luce «più intima e più femminile per Chiara – continua Pratesi – più concettuale per Francesco». Dal 3 di luglio, invece, sarà la volta di Emanuele Becheri e Salvatore Arancio in veste di interpreti della notte. Per Brightlight, l’orario di visita consigliato è nelle ore diurne, viceversa per Darklight, sarà consentito l’accesso alla mostra solo di notte. L’attenzione dello spettatore, infatti, vuole essere portata ad una vera e propria percezione della luce naturale come protagonista assoluta del lavoro dei quattro artisti, una sorta di variabile indipendente in grado di attraversare il lavoro di ciascuno, condizionandolo.

Gli artisti coinvolti si sono cimentati con una progettualità mirata, riversata nei due spazi messi a disposizione dall’accademia. Nella prima sala Scultura, è l’opera proposta da Francesco Carone: una stanza vuota in penombra con dei disegni alle pareti che ritraggono da più lati, a dimensioni naturali, una donna. Sul fondo della stanza un grande finestrone, la cui vetrata è ricoperta di argilla chiaramente spalmata a mano. Cosa è successo in questo luogo? Dov’è la scultura annunciata nel titolo dell’opera? Carone, seguendo un’usanza ottocentesca, dove gli studi degli scultori avevano le vetrate sporcate di argilla al fine di ottenere all’interno un ottimale gioco di penombra, si è limitato a spalmare e oscurare i vetri della sala, lasciando che gli allievi dell’accademia, posti ciascuno dinanzi a una parete bianca, si cimentassero nel ritratto della prospettiva che riuscivano a scorgere girandosi verso la modella nuda in posa al centro dello spazio.

Nell’opera ultimata, però, non vi è traccia di ciò che è stato, l’artista lascia che lo spettatore, immerso nella circolarità di una scultura de-strutturata e de-costruita, individui alcune tracce nascoste dalla luce artificiosamente filtrata. La tridimensionalità appiattita sulle pareti è ora in grado di circondare chi guarda invece di essere circondata. Il paradossale canone inverso di Carone, introduce nella sala della Camoni. Qui, due alte finestre riflettono i tagli di luce sul pavimento dove giacciono 220 piccole sculturine bianche, un microcosmo di figure animali e non, provenienti da un florido immaginario infantile accarezzato da luminosità scostanti e mutevoli; l’istallazione è una riproposizione di Certe cose, lavoro già esposto nella mostra dello scorso gennaio presso lo Sspazio A gallery di Pistoia. Al contrario di quanto avviene nella prima sala, l’opera scultorea della Camone si lascia osservare e circondare in tutta la sua tridimensionalità.

fino al 10 luglio

Accademia americana, via Angelo Masina 5, Roma

info: www.aarome.org

 

Commenti