Crisi, la parola all’arte

Faceva una certa impressione sentire Palma Bucarelli denunciare carenze di fondi, strutture inadeguate e personale mancante. Pare ieri e sono passati cinquant’anni, la buonanima di Palma non c’è più e molto è cambiato sotto al sole italico, ma non i problemi che la direttrice della Gnam esponeva nell’intervento ritrasmesso il 16 giugno su Terza pagina – il settimanale di Rai educational dedicato alla cultura – sulla crisi dell’arte contemporanea. A colpire, soprattutto, il fatto che i problemi fossero non solo gli stessi, ma percepiti come sistemici. Allora, era il 1969, il boom era passato da un pezzo, all’orizzonte si affacciavano i fantasmi più cupi della crisi della repubblica, i neri prodromi dello stragismo di stato. Qualcuno cercava di fermare l’orologio della storia innescato dai movimenti di massa che, di qua e di là dall’oceano, intendevano ridiscutere verità assodate, ridisegnare le mappe del potere. O meglio, azzerarle. Quanto di utopico e velleitario ci fosse in tutto ciò ben presto sarebbe stato chiaro, ma il seme era gettato. La speranza si accompagnava alla crisi. Come quarant’anni prima un’altra crisi finanziaria e di sistema, innescata dal tracollo dell’economia Usa, aveva visto lo sbocco feroce della miseria nei nazifascismi europei, ma non aveva spento la speranza delle generazioni che, come formichine, avevano ripreso a sperare là dove il sogno si era interrotto.

A poco più di quarant’anni – vedi la circolarità della storia – da quel ’69, la crisi economica, sociale, politica (di sistema, appunto) è tornata a mordere le carni del vecchio e nuovo mondo. Se essa sia un mero prodotto di speculazioni finanziarie, di “trader” arruffoni e senza scrupoli, o piuttosto effetto di un sistema marcio che non si riesce a capire con cosa sostituire ma che nel frattempo fa marcire il mondo, è questione che esula dallo specifico. Se la buona volontà dei sedicenti tecnici del “laissez faire, laissez passer” possa dare buoni risultati o risultare una cura capace di stroncare, col male, il malato, è questione che sapremo più prima che poi, e già può toccarsi con mano.  La questione, qui, è più circoscritta: e l’arte? Che dicono, cosa fanno gli artisti? Nel ’69, nel ‘29 e prima, alla lunga sequela di miserie e dolori, di orrori e timori corrisposero grandi stagioni artistiche, una rinascita. Oggi, i creativi – che, per essere tali, sono sempre un passo più avanti e di lato, distanti dalla massa che pare aver ritrovato l’accezione di movimento – sono capaci di esprimere qualcosa di sensato, post o preveggente persino, sulla crisi globale che stiamo attraversando o, come certa massa politica e quella bella gente sul Titanic, ballano e non si sono accorti che la musica è cambiata e forse finita? Stanno ancora lì a spremersi l’ombelico o a raccogliere briciole di pochezza, mentre attorno casca il mondo e non è più quel bel trastullo che, da bambini, ci permetteva di sbirciare sotto le gonne delle nostre compagnucce di giochi?

Per questo abbiamo deciso, noi di Inside Art, di tastare il polso agli artisti, giovani e non, famosi o meno, per capire cosa (ci) sta succedendo. Dove andare a parare, magari. Dove siamo e che fare, persino.

Dite la vostra, mandateci le vostre opere, entro il 20 luglio, cliccando qui.
 

Quelle che avete nel cassetto o in soffitta, già pronte, o realizzate per l’occasione. Le migliori, le più significative e interessanti saranno pubblicate sul numero di settembre, con contributi critici ad hoc. Vi aspettiamo numerosi, non fatevi attendere. Che la crisi, questa, non aspetta nessuno. E non rispetta nessuno: che la povera Palma, con contorno di Carandini e Chiodi, sia stata mandata in onda in chiaro alle 6 di domenica mattina la dice lunga su quanto conti nei palinsesti, e non solo, la tanto sbandierata cultura per uscirne.