Personaggi

Qualcosa di scritto, Trevi

Sarà che i morti non possono certo resuscitare e mettersi a sindacare le opinioni altrui. Lasciano fare, dando implicitamente l’assenso a qualsiasi forma di giudizio, di parere, d’impressione. Nulla possono e nulla vogliono contro affermazioni che tuonano a volte come verità assolute. Pier Paolo Pasolini è uno di questi che guarda in silenzio la sfilza continua e indistruttibile di parole che dal 1975 piove sulle nostre teste. Di lui si è detto e scritto di tutto, forse anche troppo, eppure la sua storia – come ogni grande tragedia umana – riveste ancora per i comuni mortali gli abiti dell’incanto, dello stupore e della meraviglia, ma anche dello schifo, della repulsione dalla quale siamo portati istintivamente ad allontanarci, ma che ci attrae come il miele con le api. E allora ecco che di Pasolini non si smette di parlare né in bene né in male. S’intitola Qualcosa di scritto il lavoro di Emanuele Trevi, che per soli due voti si è visto soffiare da sotto il naso il premio Strega.

Etichettato come romanzo, il libro rientra forse – più e meglio – nella categoria del saggio narrativo, avendo come trama l’indagine psicologica e semantica sugli ultimi anni di vita di Pasolini e sull’opera che più di tutte rappresenta ancora oggi un enorme punto interrogativo: Petrolio. Tutto parte da un’esperienza personale, quella di Trevi che appena trent’enne si trova a lavorare al Fondo dedicato a Pier Paolo Pasolini La scena si apre, dunque, a Roma, al quartiere Prati, in un vecchio palazzo della capitale. Insieme a lui, oltre a un appartamento polveroso e pieno di libri, appunti, ritagli di giornali e pile di cassette su e di Pasolini, c’è l’ingombrante presenza di Laura Betti; quella stessa Betti passata alle cronache mondane degli anni Settanta con l’appellativo della “giaguara”, e chiamata oggi la “pazza” dallo stesso Trevi, che si trova di fronte non più l’arroganza di una bella donna, ma il cinismo di una vecchia obesa. Ma è proprio da e con questa vecchia – custode dell’anima e delle memorie di Pasolini – che il mancato vincitore dello Strega ricostruisce una parte della vita del poeta di Casarsa, tentando di spiegare o anche solo di conoscere – per sé e per i lettori – quello che è strutturalmente e visceralmente Petrolio. «Devo ammettere che Pasolini non è certo il mio autore preferito», ha dichiarato Trevi al ninfeo di villa Giulia. Leggendo il libro se ne capisce anche il motivo. Il Pasolini che esce fuori dal racconto di Trevi è un Pasolini solo, che non crede più in nulla, annoiato da quello che lo circonda e impossibilitato a provare meraviglia. È un uomo privato dell’amore dopo che Ninetto Davoli si sposa, che copia pezzi di articoli da L’Espresso e giornali affini, per delineare la storia e il protagonista di Petrolio, quel Carlo così ambiguo e perfetto, duplice e unico, uomo e donna, depravato e pudico, dietro cui si cela forse Eugenio Cefis e tutta una parte di società che Pasolini rigettava.

Sostanzialmente in Qualcosa di scritto, Pasolini c’è e non c’è. Un fantasma che se ne sta lì a vedere cosa viene scritto su di lui, ma che non interferisce perché non è il solo protagonista del racconto. Su Pier Paolo Pasolini emergono due dettagli complementari e distruttivi: con la fine del Novecento finiscono i quadri di Pollock e anche i libri di Pasolini. «Restano solo gli interpreti, gli infelici eredi, piegati sotto il peso di ricchezze fuori corso, che mai sarebbero riusciti a spendere». Quegli eredi, simbolo di un’umanità che Pasolini detestava per ogni tipo di motivo, dalla ricercata trasandatezza dell’esprimersi alle evidenti origini borghesi, ma che diventato i suoi più grandi sostenitori, perché i nuovi sottoproletari non sapevano più nemmeno il suo nome, il titolo di un suo film. Ancora – analizza Trevi – tra i lettori di Pasolini «si mischiano alla rinfusa studiosi serissimi, soggetti disturbati in cerca di identificazione, paranoici con i loro enigmi, politici in cerca di purezza, gente che non sa nemmeno cosa cerca». Al di là di questo e di molte altre analisi più o meno meritevoli il libro traccia un gran bel profilo umano di Laura Betti, facendo proprio di quella donna – ombra, amica e schiava di Pasolini – per una volta la protagonista di qualche cosa. Altri cammei impreziosiscono un racconto che è quasi un esercizio di analisi compiuto dall’autore. Emanuele Trevi deve esser rimasto molto colpito dall’esperienza giovanile trascorsa al fondo Pasolini. Per questo motivo si spiega la necessità di metter nero su bianco, a distanza di anni, sostanzialmente i ricordi e le riflessioni seguenti a qualcosa che è solo un’esperienza di vita. Se di successo si deve parlare, è riconducibile solo a questo. Per il resto, tra qualche digressione eccessiva e voli pindarici evitabili, Qualcosa di scritto non è certo solo l’ennesimo libro su Pier Paolo Pasolini.

Leggi l’articolo della finale

Guarda le interviste ai finalisti

Guarda il video della serata

Guarda la photogallery della serata

Leggi la recensione sulla Colpa di Ghinelli

Leggi la recensione sul Silenzio dell’onda di Carofiglio

Leggi la recensione sul Tempo di mezzo di Marcello Fois

Commenti