C’è chi li chiede e chi li critica. Gli incentivi fiscali per chi investe sull’arte e sulla cultura sono una materia al centro di un dibattito che coinvolge importanti poli museali, associazioni, tecnici e istituzioni. Proprio a fine gennaio è scaduto il termine per comunicare le erogazioni liberali attraverso il nuovo modello online ai sensi di una delle molte norme in materia di incentivazione fiscale. Sono liberalità in denaro a favore del settore pubblico o privato no profit che possono costituire fiscalmente, a secondo della tipologia del soggetto erogatore, oneri deducibili dal reddito. Un’utile forma di sostegno alla produzione artistica e culturale, ma solo in parte. In realtà, infatti, il sistema delle erogazioni liberali è soggetto ad alcuni vincoli che spesso scoraggiano investitori e beneficiari. Perché se l’ammontare della raccolta complessiva supera un tetto massimo stabilito dal ministero dei Beni e delle attività culturali, su indicazione del Tesoro, scatta per i beneficiari un’imposta una tantum. Il problema è che al momento della donazione nessuno è in grado di sapere se il plafond massimo sarà superato e quindi se la una tantum verrà applicata. Quest’anno, informano dal Mibac, il tetto massimo sarà di 127 milioni di euro.
Le istituzioni culturali non gradiscono la situazione di incertezza e chiedono quindi sponsorizzazioni invece di donazioni mecenatistiche. Ma la problematica si estende a macchia d’olio su tutti i sistemi di incentivazione previsti a favore dell’arte e della cultura. Un ginepraio legislativo che da anni viene criticato dall’avvocato Massimo Sterpi, presidente del Comitato di diritto dell’arte dell’International Bar association: «Da anni – spiega a Inside Art – è in atto una lamentela pubblica tutta italiana sulla scarsa produzione legislativa a favore del sostegno economico dell’arte e della cultura. Ma non è vero che manchino le regole. Di leggi su donazioni e incentivi ce ne sono fin troppe, tanto che è difficile orientarsi». Quella delle erogazioni liberali ne è solo un esempio. Ma si potrebbero citare le donazioni mecenatistiche a favore di associazioni riconosciute e fondazioni (art. 100 c. 2 lett. m) Tuir); le norme sulle sponsorizzazioni (art. 120 Codice Beni Culturali e 108 Tuir); la donazione del 5 per mille a favore delle attività di tutela e promozione dei beni culturali (art. 23 del d.l. n. 98/ 2011). Insomma un bel pacchetto normativo, che però non riesce a dare i risultati sperati. «Sono troppe – continua Sterpi – generano confusione. Alcune forme, poi, prevedono tetti massimi, altri soglie di applicabilità, la cosa più sensata da fare sarebbe di operare una semplificazione di tutto il quadro fiscale in tema di cultura». Questa polemica nasce proprio a ridosso della chiusura degli stati generali del cinema a Donnini (Firenze), che si sono svolti dal 29 al 31 gennaio. Un incontro in cui, tra le altre cose, si sono riaccesi i riflettori sull’annosa questione del sostegno economico attraverso forme di incentivazione fiscale in rapporto alla digitalizzazione e alla programmazione delle opere di qualità. Ma questo è solo l’ultimo degli eventi di massima eco mediatica legati alla scarsità di risorse economiche impegnate nella cultura. Si potrebbero citare i commissariamenti di importantissimi poli museali italiani, fiore all’occhiello della nostra arte contemporanea. Ma perché in Italia non si riesce, in mancanza di fondi strutturali dello Stato, a mettere in moto un efficiente sistema di compartecipazione dei privati allo sviluppo del patrimonio culturale? La risposta di Sterpi è tanto chiara quanto disillusa: «L’Italia è un paese in cui è stata tollerata per anni un’evasione spaventosa, per questo oggi vige un’enorme diffidenza verso chi fa erogazioni liberali e si pongono così tanti requisiti per la deducibilità della donazione, da far perdere la voglia di farla».


