Ospiti a casa Massenzio

Il festival di letterature alla basilica di Massenzio (11 giugno, 3 luglio) è esattamente quel genere di evento che avrebbe fatto impazzire John Ruskin. L’architetto, restauratore, scrittore raffinato, era dell’idea che i monumenti dovessero essere considerati forme di vita e di conseguenza accettarne la morte, dopo l’esistenza. Detto altrimenti, Ruskin, da bravo romantico, di fronte a una rovina andava in brodo di giuggiole, adorava il muschio fra le trabeazioni antiche, amava l’erbetta incolta sopra i cornicioni. Ruskin, a dirla tutta, era un restauratore non restauratore, dove la sua teoria sull’intervento può felicemente tradursi nel vivi e lascia vivere, teoria che applicava senza distinzioni di sorta a pezzi di marmo scolpito ed esseri viventi. Nasci, cresci, muori, è la vita bellezza. Così, prendete l’architetto e mettetelo dentro al festival, nella basilica, ad ascoltare le parole dei narratori, a sentire le note dei musicisti, incorniciato dalla fatiscente struttura che oggi c’è e domani non si sa, chiaro che Ruskin avrebbe apprezzato. Ma ciò che unisce i libri, la musica e le rovine imperiali va oltre il nostro restauratore.

Milo De Angelis, il poeta, in un’intervista una volta ha detto Ciò che non contiene la sua fine non è degno di essere cominciato. È forse questo che fonde le parole, le note, i pezzi di una volta a botte, Ruskin e perché no, pure De Angelis, l’idea che c’è una fine scritta, sia pure solo la parole fine. L’originalità del festival e del suo successo è da ricercarsi qui, nel presentare tutte materie che esplicitamente iniziano e con altrettanta chiarezza e probabilità muoiono. E quindi prima le letture dei romanziere e poi le vibrazioni dei musicisti e giù in fondo, ma anche dietro e di lato, quello che rimane di un impero, frammenti di una gloria passata e, lo dicevamo prima, finita. Tutto lì ha un fine, anzi, è stato creato tenendo ben in mente come concluderlo e il fatto che ogni cosa sia letta, suonata, osservata e consumata al momento non fa che accrescere questa sensazione.

Si parte oggi con la serata inaugurale, lettere della terra il tema, che chiama all’appello il fotografo Ferdinando Scianna, lo scrittore Edward St Aubyn, un Vinicio Capossela romanziere con la sua nuova fatica letteraria e il Fai, immancabili se si parla di territorio. Mezzi greci, mezzi italiani gli Evi Evàn sono i massimi rappresentanti del rebetiko (genere di musica tutto greco) che farà da sfondo musicale all’evento. E poi dopodomani con la pluripremiata Jennifer Egan (Pulitzer per il Tempo è un bastardo) e ci mancava veramente poco ti bastavano un paio di voti finalista allo Strega dello scorso anno Emanuele Trevi con i De Klan alla console e il loro mix tape stelle e strisce a chiudere il tema segnali dall’era digitale. Ancora, il 13, i cinque finalisti usciti da casa Bellonci per lo Strega e di nuovo il Fai. Poi sparsi per il programma, Serena Dandini, Fulvio Ervas, Francesco Pacifico, Andrea Bajani, per levare le tende il 3 luglio con la serata in Media res che presenta l’unico ospite Roberto Saviano. Qui giorno per giorno gli scrittori e il musicista di ogni appuntamento.